Perdersi, in un calice

In questo tempo di vacanze, di meritato riposo, mi piace ricordare una frase del poeta bretone Max Jacob: “lo Champagne, se si ha tempo per ascoltarlo, fa lo stesso rumore, nella sua schiuma e nelle sue bollicine, del mare sulla sabbia”.
Molti rideranno leggendo questa frase.
Da ascoltare, sì. Ascoltare nel vero senso della parola. Portando il calice all’orecchio, chiudendo gli occhi e lasciandosi sedurre dal dolce crepitio delle sue bollicine, che si rompono regolari liberando il corredo di aromi che potremo apprezzare al naso e che accarezzeranno il palato, come seta.
Lo Champagne è il vino più famoso al mondo, paradossalmente è quello che si conosce di meno. Si sceglie per il nome, si beve per la sua piacevolezza, si cerca perché ne basta un sorso e tutto sembra in un attimo più leggero.
Lo Champagne è tutto. Questo e molto di più.
Un vino che nelle sue espressioni più alte sa emozionare, stupire con una complessità ed un’eleganza in grado di lasciare senza fiato e senza parole.
Se non fosse ancora chiaro, ne sono innamorata, in generale ho un debole per tutto ciò libera alla stappatura lunghe e luminose catenelle di perlage fine, numeroso e persistente.
Ho imparato a conoscere lo Champagne durante il corso per sommelier, dove ho scoperto che la Champagne è un universo a se stante, madre orgogliosa di un vino versatile e dalle mille sfumature, che tutti invidiano ai francesi e che non si può imitare. Un mondo scintillante, fatto di grandi Maison e di piccoli produttori, di etichette blasonate esportate in tutto il mondo e di piccole introvabili produzioni, di bottiglie per tutti i gusti, di prezzi per tutti i portafogli.
Non posso definirmi un’esperta, non avrò mai questa presunzione. Nel mondo del vino nessuno è arrivato, tutti abbiamo ancora, sempre e comunque qualcosa da imparare, un vino da scoprire, un produttore da incontrare, un’etichetta da degustare.
Amo il mio essere Sommelier e condividere per me è una gioia. Raccontare ciò che ho la fortuna ed il piacere di degustare, raccogliere opinioni diverse dalle mie per me è una imperdibile opportunità per confrontarmi con altri palati, per crescere ed essere un degustatore migliore.
Mi è capitato pochi giorni fa di portare all’orecchio un calice di Brut Classic di Deutz, una prima volta per me, con un’etichetta di “una delle sei più serie” Maison della Champagne,
fondata nel 1838 e parte del gruppo Louis Roederer dal 1993.
Caposaldo della filosofia Deutz è da sempre la massima ricerca della qualità, ho letto da diverse fonti che già il fondatore William imponeva ai suoi collaboratori di fare “di tutto” per procurarsi i grappoli migliori, una ricerca che continua ancora oggi con la selezione dei conferitori con uve provenienti da 150 ettari di vigneto (solo 42 sono di proprietà).
La produzione vanta una gamma di tutto rispetto in grado di soddisfare anche i palati più esigenti.
Come avviene per molte Maison il porta bandiera è l’etichetta storica, quella che in modo un po’ irrispettoso si potrebbe definire “base”, nel caso il Brut Classic che ho avuto il piacere di degustare e che rappresenta praticamente l’80% della produzione.
Le uve sono selezionate di anno in anno tra 20-30 Cru, tutti della Champagne “classica” distanti al massimo 25 Km da Aÿ, sede della Maison e comune benedetto nel cuore della Valle della Marna.
I mosti sono fermentati in tini di acciaio, in ciascuno dei quali è accuratamente trascritta la parcella da cui provengono le uve, la malolattica è sempre svolta.
I vini riposano nella cantina sotterranea, che giunge fino a 60 metri sotto il livello del terreno, maturano 36 mesi sui lieviti. Il rémuage (più lungo della media a causa della forma della bottiglia) e il dégorgement sono meccanizzati.
L’assemblaggio prevede l’uso delle tre uve regine della Champagne: 34% Pinot Noir, 33% Chardonnay, 33% Pinot Meunier.
Naso delicato con sentori morbidi e delicati che giocano su tonalità fruttate e floreali.
Piacevole, pulito e fresco al palato con un ritorno su note di frutta a pasta gialla. La bollicina è abbondante, fine ed estremamente gradevole.
Mi è piaciuto perché è uno champagne onesto, che non ricerca la complessità. Vuole piacere, nella sua elegante pulizia di profumi e sapori, vuole lasciarsi bere senza bisogno di troppe parole.
Non chiede nulla. Non chiede festeggiamenti. Non chiede nulla di speciale. Gli bastano un paio di amici, qualche stuzzichino e il nostro tempo. Un sorso, una risata, un altro sorso per lasciare indietro tutto quello che riempie quotidianamente la nostra testa: i problemi, lo stress, il nervosismo.
Succede a volte di perdersi ascoltando uno champagne, come ci si perde nel frangersi delle onde del mare, e quella sensazione di briosa e setosa vivacità, vorresti che non si allontanasse mai da te.

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